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Exodus, in Italia e nel mondo

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In questa pagina abbiamo voluto rappresentare l’immagine di un fuoco, immagine che ci è tanto vicina e che ci sembra debba costituire la “mission” di Exodus. Impisar foghéti, espressione veneta che sta per accendere piccoli fuochi: era il compito che Don Giovanni Calabria, veronese, aveva assegnato ai suoi discepoli e che ripeteva spesso. Espressione nota a tutti quelli dell’Opera don Calabria, indicazione precisa del fondatore e perciò fatta propria anche da Don Antonio Mazzi e da Exodus.

 

Espressione umile: sono piccoli fuochi, non incendi. Siamo consapevoli delle nostre energie. Esigente: è una azione che chiede di uscire allo scoperto, fuori dalle stanze riparate, non è solo teoria e non sta al chiuso. Paziente: non bisogna farlo una sola volta! I fuocherelli si possono spegnere e allora se ne devono accendere altri. Familiare: il fuoco raduna la famiglia, attorno al fuoco si fa festa. Visibile: i fuochi sono cose che non stanno nascoste. Anzi sono proprio messi per fare luce. Vitale: il fuoco si muove, genera calore, energia. Il piccolo fuoco può essere l’inizio di un grande movimento.

Ci troviamo in sintonia con questa immagine perché viviamo proprio la condizione del piccolo fuoco, tante piccole realtà sparse in buona parte delle regioni d’Italia e in alcuni Paesi del Sud del mondo. Piccole e spesso precarie espressioni della volontà di una vicinanza agli ultimi.

Il disorientamento. A chi parlano i nostri piccoli fuochi? Parlano ad un mondo disorientato. I giovani e le famiglie, le istituzioni stesse e in fondo anche noi frequentemente viviamo nel disorientamento e a volte ne siamo travolti.

E viviamo il disorientamento come stato di incertezza e smarrimento che, come fumo, penetra ovunque: nei mondi vitali della scuola e della famiglia, negli assetti della politica e della amministrazione della cosa pubblica, nella micro e nella macro economia, nelle scelte individuali…

C’è come uno sbandamento generalizzato nel quale si fatica a capire in quale direzione si sta procedendo. Questo è il senso più comune del disorientamento che ci accompagna, con questo conviviamo. Quasi è diventato un abito mentale.

Poi c’è un altro senso del disorientamento. Più radicale, letterale: dis-orientamento. E cioè orientamento al contrario. Le cose vanno, si orientano, al contrario di come dovrebbero: lo sviluppo della società, la comunicazione in tutte le sue forme, la giustizia e la morale… ma anche il divertimento, lo stare insieme, le priorità delle nostre giornate. E, cosa veramente perversa, si mascherano di verità: in questo modo si consolidano le ingiustizie, in questo modo si giustificano ancora le guerre, la fame, e tante altre diavolerie. Ed è qui che si trova la radice più profonda delle derive degli adolescenti e dei giovani che accogliamo, delle sofferenze di molte famiglie. Ci sembra che sia utile partire da questo dato, qui svolgiamo il nostro compito. In questa situazione un piccolo fuoco è poca cosa. Certo. Ma intanto…

Prendere il disorientamento come carattere distintivo di questo tempo, significa in qualche maniera assegnare a noi la missione di ri-orientare.

Ecco pertanto alcuni obiettivi per noi, alcune piste di lavoro che possono costituire anche una chiave di lettura delle pagine che seguono.

Il primo ri-orientamento, quello preliminare, riguarda ognuno di noi, educatori anzitutto e poi volontari e ospiti delle nostre case. Se non si parte da qui tutto il resto, quando va bene, è pura retorica, facciata. I primi piccoli fuochi sono gli educatori, altrimenti non resta che prendersela con la cattiva politica, con le ingiustizie sociali, con il buco di ozono… tutte cose verissime ma in fondo più semplici da “attaccare”. Se ci badiamo bene, nonostante l’apparenza, il 90 per cento dell’impegno di Don Mazzi si colloca proprio qui: nel porre l’attenzione ai fondamenti, alle radici, alla solidità interiore. Nel chiedere, a partire dalle persone più responsabili, gesti e comportamenti coerenti con scelte ri-orientate, nell’indicare priorità “scomode” (la presenza nelle comunità durante i momenti cruciali della giornata, l’attenzione agli sprechi, l’eliminazione di quelli che lui chiama “capricci” – e tra questi il fumo) fino ad arrivare provocatoriamente alla totale banalizzazione del denaro: verso dove orientiamo le nostre scelte? Per quale motivo consumiamo il tempo?

Riorientare dentro le comunità. Anche le nostre piccole comunità vivono spesso un disorientamento sia di tipo spirituale che di tipo organizzativo. Con diversi modi e intensità: le nostre case, come si vede bene in questo rapporto, sono tante e tutte diverse. Ci sono quelle appena nate e quelle vecchie, quelle stabili e quelle in continuo cambiamento. Ci sono quelle nate per la riflessione e quelle immerse ogni giorno nell’azione… ma nessuna, per questi motivi, è migliore di un'altra. Va dunque studiata una direzione comune e accanto a questa delle direzioni più specifiche, la grande comunità della quale fanno parte le singole ha questo difficile compito: indicare la strada e lasciare che ciascuno segua con il suo passo. Ma il compito di riorientare va perseguito con attenzione. Il riorientamento anzitutto si traduce in un modo di stare insieme, in una relazione all’interno della comunità e poi informa il progetto stesso della comunità.

Per quel che riguarda l’aspetto spirituale, religioso o laico che sia, devono essere rinnovate le motivazioni originarie, ciò che ha orientato le scelte (anche quelle personali) all’inizio, in fedeltà e coerenza con l’”origine”. Compito questo ancor più cruciale oggi, nell’anno in cui celebriamo il 25° anniversario di Exodus. La stanchezza, il disorientamento, deriva dalla lontananza dalla sorgente… A volte si cerca di mascherarlo puntando il dito e dando la colpa a qualcun altro, oppure invocando un diverso modo di organizzarsi o la mancanza di strumenti. Anche gli ambiti di azione vanno studiati con particolare attenzione. Ci stiamo accorgendo che le richieste di aiuto così come la rete dei servizi di aiuto stanno mutando in fretta: non è detto che continuare a fare quel che si è sempre fatto sia la cosa migliore.

Riorientare nelle comunità locali. Le nostre comunità sono inserite ognuna in un contesto diverso, in continua trasformazione, dove specie negli ultimi anni si aprono nuovi scenari di fragilità. Troppo spesso restiamo ancorati alle nostre vecchie impostazioni mentre tutto intorno a noi sta cambiando. Dovremo essere molto più severi con noi davanti ai frequenti atteggiamenti di chiusura e nello stesso tempo è anche nostra responsabilità proporre alla comunità locale modi concreti per mettere in pratica percorsi di vicinanza, di aiuto e non di sospetto, sfiducia e paura.

La gente, i ragazzi, le famiglie, ma anche i gruppi, le associazioni, le istituzioni, si aspettano da noi un tipo di presenza stimolante, rigorosa, attenta. Riorientare nelle comunità locali significa investire nei tempi lunghi della formazione e della prevenzione, significa proporre una sguardo positivo sulle nuove generazioni, significa imparare a lavorare insieme nella diversità.

Riorientare nella grande comunità. Dopo 25 anni di storia “camminata” Exodus si sente anche una responsabilità più grande: quella di essere un segno, un segno positivo, nel panorama del nostro Paese. Exodus non è solo – non ha mai voluto essere solo – una risposta aggiornata al sorgere di problematiche sociali. Fin dall’inizio Don Mazzi ha voluto che fosse una “provocazione” per la società e ancor oggi vuole interpretarsi così: piccoli e intensi interventi nelle aree più fortemente critiche dell’emergenza sociale.

In questa ottica deve essere collocato l’impegno quotidiano di Don Antonio Mazzi nel mondo della comunicazione, della stampa e delle televisioni. E proprio in questa prospettiva si collocano anche gli sforzi per cercare e praticare ampie alleanze con altri soggetti sullo scenario nazionale, istituzionali e del Terzo Settore: il Laboratorio Educativo Permanente, la Federazione Comunità Educative, la Alleanza Educativa di Milano.