Divorzio breve? No, grazie.
Scritto da don Antonio Mazzi

Non c’è discorso, rivista, libro, giornale che non metta quotidianamente tra le sue priorità, scritte o parlate, la famiglia. Pare che la fatica più apprezzata e la priorità più scelta sia come lanciare un salvagente alla famiglia che sta affondando.
Dopo (amnesia? ipocrisia? doppiogioco?) tra una riga e l’altra e tra una commissione e l’altra del Governo, spunta la proposta di abbreviare ulteriormente i tempi del divorzio. “La realtà odierna ci dice che il termine di tre anni dall’inizio della separazione per lo scioglimento del matrimonio non serve in alcun modo come deterrente per la prosecuzione di esperienze di coppia ormai logorate e che, invece, funziona come intralcio per la formalizzazione di ulteriori scelte di vita che nel frattempo sono maturate”. (Ho scelto le frasi dalla relazione che Sesa Amici ha allegato alla pdl).
Aspettare tre anni è fatica inutile. L’attesa, non solo complicherebbe i rapporti relazionali anziché semplificarli, ma creerebbe stress da “aspettativa inascoltata”.
In questa Italia, nella quale per un esame ecografico si richiedono decine di settimane, per entrare in un pronto soccorso con il papà in coma ti devi fare la notte fonda, per l’agibilità di un ascensore due anni, per collegare pochi metri di fogna sei mesi, l’unico ad avere diritto a corsie preferenziali dovrebbe essere l’unico per il quale non solo corsie preferenziali andrebbero cancellate, ma laddove emergesse, dovrebbe esigere tempi lunghi, riflessioni pacate e prese di coscienza profonde.
I complessi di colpa che questa situazione fa emergere in chi l’ha creata, non possono essere sottaciuti o cancellati da un disegno di legge, proposto da persone troppo coinvolte e interessate egoisticamente alla soluzione veloce.
Inventiamo leggi per bloccare l’alcolismo negli adolescenti, graviamo di multe i ragazzi che “si fanno”, aggiungiamo alle forze dell’ordine l’esercito, spaventati dalla coca dilagante e dal bullismo dirompente e mettiamo, da cretini, le mine sotto l’unica istituzione che potrebbe risolvere alla radice questa infinità di problemi.
Girando i giorni scorsi le librerie ho visto un volumetto di Crepet dal titolo: “Sfamiglia”. Sono nove lettere (non letterine!) che racchiudono un dizionario spaventoso di solitudini, incomprensioni e dolori. Mai titolo è così indovinato (purtroppo!).
Aggiungasi al tutto un sondaggio nel quale si dichiara precipitosamente che perfino i cattolici pensano il divorzio non più come cosa tanto strana e lontana dalla misericordia del Signore e dalla pazienza della Chiesa.
Peccato che la superficialità dei commentatori, associ a favore di questa tesi, le richieste che vengono dalla base (e anche da me) affinché i divorziati, con criterio, possano avvicinarsi ai sacramenti.
Le due situazioni sono diversissime e non possiamo abbinarle. Faremmo, ancora una volta, non solo confusione ma non corretta informazione.








