C'era una volta un uomo
Scritto da Daniele Ronchi

C’era una volta un uomo…
Un uomo, un’anima, una vita sola.
Passò gli ultimi anni cercando di aiutare gli altri, ma non si rendeva conto, o meglio non voleva rendersi conto che il bisognoso era lui.
Era lui che avrebbe dovuto cercare gli altri per essere aiutato.
Io lo conoscevo, parlavo con lui, era sempre solo e non ha mai accettato il suo grande male: l’alcool.
Io lo conoscevo ma non ho potuto aiutarlo.
Ieri mi hanno chiamato dicendomi che quell’uomo stava male. Mi hanno chiamato dicendomi che quell’uomo era perso nei litri d’alcool.
Ho detto alla polizia di portarlo prima all’ospedale e poi da noi, ma fare dieci chilometri per curare una persona a volte sembra essere un lavoro troppo difficile.
Sì, avete letto bene, un Lavoro, quando invece dovrebbe essere un dovere delle forze pubbliche, ma il dovere a volte si trasforma in mancanza di cure, in abbandono e loro hanno deciso di abbandonarlo, di lasciarlo nella sua casa, solo, stremato dalla vita.
Nella notte un telefono, una voce dall’idioma che ormai è il mio, parole che non avrei mai voluto ascoltare: quell’uomo, quell’anima, quella vita non c’erano più: morto.
Mi hanno chiamato per mettere il corpo di quell’uomo in uno di quei sacchi neri terrificanti, che fino all’altro ieri avevo visto solo nei film.
Ieri era sabato, e come ogni sabato la città si riempie di gente ubriaca svenuta in mezzo alla strada. È giorno di paga e molti uomini decidono di investire i loro denari in questo modo. Preso dalla rabbia per la morte di quell’uomo, mi sono messo a girare per la città “raccogliendo” le persone, le spostavo dalla strada, trascinandole, appoggiandole sui marciapiedi perché le macchine non li schiacciassero, volevo fare qualcosa, smettere di rivedere quel sacco nero, sentire quelle telefonate, il ricordo di lui, delle nostra chiacchierate: e giravo, giravo per la città come per cercarlo.
E pensavo: forse avrei potuto fare di più… o forse no…
C’era una volta un uomo, si chiamava Victor Ugo Pineda.
Daniele
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