Cari preti...
Scritto da don Antonio Mazzi
Cari preti,
vi ho visti assiepati in piazza S. Pietro, l’altra settimana, per chiudere con Benedetto XVI l’anno sacerdotale. Un po’ di colore e di quantità, in un mondo come il nostro, possono servire.
L’informazione “cattolica” ha dato molto risalto a questa annata. Anche l’altra informazione ne ha dato molto. Se dovessi dire ciò che penso, gli altri ci stanno surclassando e distruggendo.
Noi lavoriamo più per le pecorelle già al sicuro, che per le sperdute. Aspettiamo invece di andare. La storia ci obbliga ad uscire dai recinti per tornare sulle strade. Il nostro Dio, è il Dio del lago, delle colline, dei sentieri stretti, del pozzo, dei villaggi.
È nata fuori dal tempio, fuori dal Sinedrio, fuori dalla sinagoga la nostra profezia. Dodici scartini hanno incendiato il mondo. Alla Chiesa estroversa non strabica, non delle divise ma del grembiule, basta un tavolo sgangherato per permettere a Dio di diventare la nostra cena. Perché, invece, piano piano, siamo tornati i piccoli ragionieri del Padre Eterno: stipendi assicurati, canoniche da borghesi, orari sulle porte, geometri del mattone sacro.
Che diversità c’è oggi tra noi e il Sinedrio di allora? Perché nasce qui il malessere clericale! Legati mani e piedi al “tempio”, allergici a liturgie semplici ed essenziali, lontani dagli avamposti e dagli esodi, ligi ai precetti, dotati di vocabolari raffinati ma analfabeti di carismi e di beatitudini “povere”. Siamo più retroguardie che sentinelle del mattino.
Il prete è sempre stato a rischio, perseguitato, antipatico alla nomenclatura. Non capisco la psicosi dell’accerchiamento che manifestiamo, tremebondi. Lo spirito, ai tempi, è arrivato proprio dopo la sconfitta del fondatore.
L’identità del prete è la “non identità”; la sua vita è dare la vita; la sua morte è la sua risurrezione, la sua parrocchia è l’orto degli ulivi o la barca sbattuta dalle onde. È nel mondo ma non del mondo.
La sicurezza, la serenità, la mietitura, l’efficacia del lavoro del prete si chiama Cristo. Va evitata anche la scorciatoia della salvezza delle anime. Il prete aiuta l’uomo a riconoscersi intero, indivisibile, unico. Dividerlo è eresia e non profezia.
La sfida tra l’uomo sarcofago e l’uomo sabbatico, la lotta tra i mattutini contemplativi e i tramonti consumistici, il coraggio di cantare sui dolori e di piangere sugli amori, si spiega con il sorriso di Cristo alla Maddalena, alla quale dice: “Non toccarmi ma va a dire ai miei che sono risorto”.
In questa frase c’è la nuova figura della donna evangelica, con il suo corpo, il suo affetto, la sua fedeltà, la sua dolcezza; l’eresia della resurrezione non solo poco capita dagli apostoli ma forse non ancora capita da noi preti; la paura dei dodici, rinchiusi nel Cenacolo, attenti che le porte fossero chiuse, incapaci di passare dalla piccola predicazione palestinese al battesimo di acqua e di sangue nel mondo.








