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Famiglia: inferno o paradiso?

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Sono sempre più drammatici e inspiegabili gli omicidi-suicidi che quotidianamente devastano le nostre famiglie. Mentre i politici romani si cavano la pelle l’un l’altro; mentre la stampa e i mass-media rincorrono attori e attricette lungo le spiagge del mondo; mentre la tifoseria calcistica inneggia al polipo veggente; cento e più donne ogni anno vengono uccise dal partner; otto in tre settimane.
È sempre successo che dentro le famiglie accadessero i fatti più straordinari e, in contemporanea, i fatti più orribili, ma è la frequenza dei misfatti che mi pare superare ogni previsione.
Sono tornato molte volte su una riflessione a me cara (si fa per dire). La famiglia o è un paradiso o è un inferno. Non esistono purgatori nell’intimità domestica. Questo accade soprattutto per noi italiani e cattolici.
La famiglia è da sempre colonna portante, centrale, storica essenziale per una civile convivenza. È  l’alfa e l’omega di tutto: è nido, azienda, doposcuola, micro pronto soccorso, cultura, fede, rifugio, sana alimentazione, architettura perfetta per una società a misura d’uomo.
Un po’ come l’alveare. Ma, l’eclissi del grande amore, con la sopraggiunta fragilità religiosa, con l’arrivo strategico e pilotato dei consumi come elemento dominante, sono saltati tutti i circuiti.
Per di più sono saltate alcune virtù indispensabili alla sopravvivenza e alla crescita di una comunità: il dolore, la fatica, la pazienza, la sopportazione. Ieri, queste virtù, venivano esercitate dentro un unico contenitore: la “realtà quotidiana”.
Oggi la realtà quotidiana viene confusa, non solo dai giovani ma ancor di più dagli adulti, con le telenovele e con le  cliccate informatiche. Tra gioco e realtà, tra vita e morte, tra gioia e dolori, non vi sono mediazioni e interstizi.
O c’è l’uno o c’è l’altro. L’intercapedine che una volta, in altre parole,  veniva chiamata esperienza e saggezza è abolita; e i meccanismi di queste tragedie hanno il cerchio chiuso: ti ammazzo, mi ammazzo… e così sia.
Non paga nessuno, o meglio, paghiamo noi, i sopravissuti. L’egoismo la fa da padrone. Chi ammazzava, non tanti secoli fa, aveva il coraggio di pagare con la pena. Ora, soprattutto i maschi, il coraggio lo consumano tutto alla guida spregiudicata dell’ultima macchina all’altezza del narcisista mai cresciuto.
Dice Vera Slepoj nel suo ultimo libro “Le nuove ferite degli uomini”: “Sono incapaci di affrontare il rifiuto. Pensano che soprattutto i rapporti sentimentali possano risolversi alla luce del capriccio e del romanticismo da strapazzo. Non sanno elaborare le frustrazioni. Manca una profonda educazione ai sentimenti”. 
Un postulato micidiale dissacra e si insinua tra le relazioni, sconvolgendole: chi ha è; chi non ha, non è.” Faccio fatica a pensare che oggi si muoia più facilmente per una cotta non esaudita che per problemi di povertà, di lavoro, di malattia.

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